La vita di Vincenzo Cabianca
di Francesca Dini
Nel 1845 s’iscrive all’Accademia di Venezia, allievo di Michelangelo Grigoletti e di Ludovico Lipparini.
Sul finire del 1848 ripara a Bologna per sfuggire alla coscrizione austriaca. Partecipa alla difesa della città, viene catturato e carcerato, rientrando a Verona sul finire del 1849.
Da quel momento si trattiene a Verona, salvo un breve soggiorno a Milano, verso il 1851, soggiorno che gli consente di rapportarsi all’opera di Domenico Induno.
Nel 1853 si sposta a Firenze, dove sin dal primo momento si lega in amicizia con Telemaco Signorini e Odoardo Borrani che lo introducono al Caffè Michelangiolo.
Nel 1854 espone alla Promotrice fiorentina “L’apertura di un testamento presenti gli eredi”, opera che rimanda a Induno e che i compagni macchiaioli criticano per la tecnica che si avvale di “polpettine di colore”.
L’anno successivo espone a Firenze “Il magnetismo”, “La miseria” e “Una confidenza”. Per quanto molti di questi dipinti siano ad oggi sconosciuti, Cabianca mostra di applicarsi ai quadri di genere, tutta al più a soggetti storici di contenuto feriale (come “Il giovinetto Goldoni nel suo viaggio tra i Comici”, ispirato ad un passo delle Memorie del celebre autore), interpretati però con una particolare sensibilità ai problemi di luce.
Questo percorso che si conduce attraverso un uso sempre più libero dei contrasti luminosi e della stesura rapida del colore, passa attraverso “L’Abbandonata” esposta nel 1858 e lodata più tardi da Diego Martelli per essere uno dei quadri chiave nella storia del movimento macchiaiolo; e attraverso “I novellieri fiorentini del XIV secolo” – quadro storico interpretato con violenti effetti di chiaroscuro - per giungere ad una rigorosa applicazione della “macchia” nei paesaggi e nelle scene di vita rurale e quotidiana dipinte tra il 1859 e il 1860 con Signorini e Cristiano Banti nella campagna toscana di Montemurlo e in Liguria, nel Golfo di La Spezia.
Nel 1861 con Banti e Signorini si reca a Parigi dove ha modo di conoscere meglio la pittura di Decamps, di Troyon, di Corot.
Alla Prima Esposizione Nazionale di Firenze, mentre il dipinto “I novellieri fiorentini del XIV secolo” (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti) viene acquistato dal re, il quadro “Il Mattino” – le celebri monachine – presentato in quella stessa circostanza, rivela come il veronese condivida il cammino dei compagni che gradatamente dal violento chiaroscuro dei primi momenti approdano al tonalismo acceso e alla luminosità tersa delle opere di Castiglioncello e Piagentina. Data lo splendido dipinto “Marmi a Carrara Marina” (collezione privata). Dipinti di misura come “Canale della Maremma toscana”- esposto e venduto a Torino nel 1862 - e “Ritorno dai campi”, ambientato sulle colline fiorentine, attestano la felice partecipazione di Cabianca al clima poetico delle scuole di Castiglioncello e Piagentina.
Nel 1863 si trasferisce a Parma, ospite del pittore C. Barilli e lì si sposa con Adelaide – distinta insegnante dalla quale avrà due figli, Silvio e Nerina - mantenendo tuttavia stretti contatti con gli amici toscani.
Negli anni a seguire soggiorna ripetutamente a Castiglioncello, presso Diego Martelli. Nel 1868 data “Un bagno tra gli scogli” (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti) appartenuto a Martelli.
Nel 1869 soggiorna a Roma e dipinge lungo le coste del Lazio e in Ciociaria, prima di trasferirsi definitivamente nella capitale (1870), colà chiamato da Nino Costa.
Segue un decennio di peregrinazioni: nel 1870 è a Venezia, dove si lega in amicizia al pittore olandese W. Martens, nel 1873 è a Castiglioncello con Federico Zandomeneghi, nel 1874 è di nuovo a Venezia, nel 1875 è a Amalfi, nel 1876 è a Capri con Nino Costa.
Nel 1876 è tra i soci fondatori della Società degli acquerellisti, tecnica sperimentata già negli anni fiorentini, su esempio di taluni pittori dilettanti inglesi e nella quale si specializza facendosi notare e apprezzare tra gli altri da Gabriele D’Annunzio.Frequenta l’entourage di Nino Costa e si lega in amicizia a Mario de Maria.
Dietro indicazione di Costa compie viaggi in Inghilterra (1881-1882), cercando quella fortuna commerciale che da qualche tempo arride al collega romano. Approfondisce la conoscenza della letteratura romantica inglese e della pittura preraffaellita.
E’ sempre più indotto ad una sorta di interiorizzazione del vero, ad un approccio sulla realtà, mediato dal sentimento; la sua sensibilità malinconica e irrequieta lo porta ad accogliere nella sua poetica motivi spiritualistici, peraltro assai diffusi negli ultimi due decenni del secolo. Frequentatore assiduo del Caffè Greco, collabora nel 1886 all’illustrazione di “Isaotta Guttadauro” di Gabriele D’Annunzio.
Nel 1887 è tra i fondatori dell’associazione “In Arte Libertas”, insieme a Alessandro Morani, Alfredo Ricci, Alessandro Castelli, Nino Costa, Enrico Coleman, Mario de Maria, Norberto Pazzini, Lemmo Rossi Scotti, Gaetano Vannicola. Nel 1893 dipinge “Nevi romane”, quadro tra i più poetici della sua maturità.
Reso inabile al lavoro da una paralisi che lo ha colpito sin dal 1893, muore a Roma il 22 marzo 1902.